I 6 stili di leadership
Oggi parliamo di leadership in senso stretto con Daniel Goleman, padre dell’intelligenza emotiva.
Goleman scrive sul tema dagli anni ’90.
Ultimamente, ogni volta che esce un libro nuovo aggiunge poco o niente al tema... Probabilmente però si compra un’altra casa. È un po’ come Stephen King, in mezzo a tanti Tommyknockers, Cell, Buick 8, ogni tanto spuntano le gemme: un It, un Misery, un Pet Sematary o quello con cui è partito, Carrie.
La leadership emotiva è una di quelle gemme per Goleman.
Partiamo da qui.
Goleman identifica sei stili di leadership.
Sei. Non uno. E già qui molti saltano. Perché la maggior parte delle persone non è leader.
È monostile. Canta sempre la stessa canzone e prende anche delle belle stecche.
Usa sempre lo stesso approccio. Sempre. Ovunque. Con chiunque. E poi si stupisce se non funziona. Leadership emotiva invece ti fa scoprire una leadership adattiva, sartoriale, diversi stili per diverse persone e diversi contesti.
Vediamoli.
- Coercitivo
“Fai come ti dico.” È il sergente maggiore Hartman in Full Metal Jacket. Urla. Impone. Distrugge e ricostruisce. Funziona nel caos. Nelle emergenze. Quando devi azzerare tutto e ripartire.
Se lo usi sempre, distruggi il team. Nel contesto di Hartman è appropriato per lo scopo.
- Visionario (Authoritative)
“Seguitemi.” Un esempio:
Mi chiamo Massimo Decimo Meridio, comandante dell’esercito del Nord, generale delle legioni Felix… e la smetto sennò la scrivo tutta. È un leader che ispira. Dà direzione. Non ti dice come fare ogni passo. Ti dice dove andare. “C’era un sogno che era Roma…” Ha uno scopo. E gli altri lo seguono.
Funziona quando c’è confusione, quando si manca di direzione. Quando alla gente manca il perché (Anzi, già che ci sei ecco il link di Partire dal perché).
- Affiliativo
“Le persone prima di tutto.”
Costruisce fiducia. Tiene insieme il gruppo.
Esempio: Ted Lasso. Empatia, relazione, clima. Perfetto per ricostruire.
Pericoloso se eviti sempre il conflitto. Non è una leadership facile da gestire in gruppi grandi. C’è chi si mette a sedere, con loro devi cambiare approccio. E se non ti vedi Ted Lasso sei un Bibi.
- Democratico
“Cosa ne pensate?” Coinvolge. Ascolta. Raccoglie input e feedback.
Funziona se hai gente competente, quando coordini specialisti. È un approccio da Forze Speciali, da reparti Genio e Trasmissioni, o a rapporto con i comandanti di plotone… ma nemmeno sempre.
Un esempio è Steve Rogers, ma quando matura. Non quello dell’inizio. Quello dell’inizio è una pigna in c*lo… regole-regole-regole, diciamo dalla Civil War in poi.
Guida, ma ascolta.
Problema: è lento. Se tutto è urgente, non funziona, non puoi passare le ore ad aspettare l’approvazione plebiscitaria, non puoi fare contenti tutti a volte. È così che scoppia la Civil War. E riguardati End Game, fa sempre bene. (A parte quando muore Natasha. Quello fa male.)
- Battistrada (Pacesetting)
“Fallo come lo faccio io.” Standard altissimi. Prestazioni elevate. Esempio continuo, a volte irraggiungibile. Esempio: Miranda Priestly de Il diavolo veste Prada. Eccellenza assoluta. Zero tolleranza.
Funziona con i top performer.
Brucia tutti gli altri. È una leadership divisiva perché tanti li lascia indietro. In cima l’aria è rarefatta e non c’è spazio per tutti. Quello che ti risponderebbe questo tipo di leader è “Stacce” o ti citerebbe Achille Lauro: “C’est la vie”.
- Coach
“Ti aiuto a crescere.”
Il più raro. Il più potente sul lungo periodo.
Esempio: Mickey Goldmill in Rocky. O quello che cerca di fare Tony Stark con Peter Parker nel breve periodo che passano insieme.
Ti prende. Ti sviluppa. Ti fa crescere partendo da TE. Richiede tempo. E tanta pazienza. È il percorso che fai quando sei Comandante di Plotone in Accademia, o alle Scuole. Costruisci la persona. E il tempo comunque non ti basta.
E ora il punto.
Non esiste lo stile “giusto”. Esiste lo stile giusto nel momento giusto.
Il problema non è quale usi. È se ne usi solo uno.
Se urli e basta sei tossico. I leader tiranni non funzionano. A una certa rompi anche un po’ il caxxo.
Se ascolti sempre, sei debole. Il leader padre amorevole di Sun Tzu (Anzi leggiti anche quello), fa crescere figli viziati.
Se spingi come un rullo compressore, bruci il team. Come nei periodi di approntamento pre-missione. Che alla fine non vedi l’ora di arrivare in teatro “almeno tiro il fiato un momento” (In missione. Ti pare normale?) Fai in modo che la tua gente possa decomprimere. Non arrivare al punto di rottura.
La leadership non è identità. È adattamento. Tu devi adattarti, tu hai la responsabilità del risultato. Il risultato non è comandare. Il risultato è raggiungere l’obiettivo.
Come dicevamo con Musashi: acqua.
Se sei rigido, sei finito.
Se vuoi approfondire, il libro è Leadership emotiva di Goleman.
Compralo. Per leggerlo. Per usarlo. O semplicemente per averlo in casa. E se non ti serve… lascialo lì.
Se però vuoi fare uno step in più (senza improvvisare leadership “a sensazione”), altri due che vale la pena avere sullo scaffale sono:
Le 7 regole per avere successo, di Stephen R. Covey, un classico che riporta l’attenzione su responsabilità personale, metodo e coerenza: utile quando la leadership smette di essere teoria e diventa pratica quotidiana.
Intelligenza emotiva, sempre di Goleman, è la base da cui parte tutto: se non capisci le emozioni, stai solo gestendo persone come se fossero processi.
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