Hai ragione… ma a che prezzo?
La parola più difficile da dire.
Per anni ho pensato che fosse “supercalifragilistichespiralidoso”. Poi cantandola con Mary Poppins, ho capito che era facilissima. Poi ne ho trovate altre:
“Riaggomitolamelo.”
“Acido deossiribonucleico.”
“Ciclopentanoperidrofenantrene.”
Parole lunghe. Parole tecniche. Parole che devi scandire come se stessi disinnescando una bomba.
Ma non sono quelle. Ce n’è una più difficile. E forse hai già capito.
La parola più difficile da dire è:
scusa.
Non perché sia complicata. Due sillabe.
Ma perché pesa. In una di quelle immagini da “cose molto Tumblr” con la frase a effetto sotto c’è scritto:
“Fanculo le giustificazioni. Impara ad ammettere quando fai un casino.”
E per molti è impossibile.
Perché dire “scusa” non è solo dire una parola. È un atto di guerra interna.
Devi mettere in discussione te stesso. Devi dire al tuo ego che insieme avete fatto una cazzata. Devi accettare che non sei infallibile e per alcuni è davvero difficile.
E lì parte il loop.
“Sì ok, ho sbagliato… però anche lui…”
“Non è proprio come sembra…”
“Il contesto…”
“Le brutte intenzioni… la maleducazione… la tua brutta figura di ieri sera…”
E a una certa non sai nemmeno più per cosa stavate discutendo. Perché il punto non è avere ragione. Il punto è non perdere. Che si chiama Loss Aversion Bias…ma lasciamolo lì.
Perdere cosa? Per avere ragione rischi di perdere un rapporto. Magari un rapporto che non ti interessa. Magari uno che conta.
Ma in entrambi i casi stai perdendo qualcosa di più importante: un’occasione per crescere.
Dire “scusa” non ti toglie nulla. Non ti rende più piccolo. Non ti abbassa. Non ti espone: ti allena.
Ti rende più lucido. Più consapevole. Più adulto se vuoi.
Perché riconoscere un errore è una forma di controllo. Non il contrario.
Ma attenzione anche al contrario. Non deve diventare un tic. Non deve diventare automatismo.
Non deve diventare sottomissione.
Come in Wanted, quando Angelina Jolie dice a James McAvoy:
“Tu ti scusi troppo.”
Ecco. Non diventare quello.
Non chiedere scusa per esistere. Non chiedere scusa per occupare spazio. Non dire scusa per avere un’opinione.
Ma quando fai una cazzata- dillo.
Pulito. Senza giustificazioni. Senza arrampicate sugli specchi. Senza storytelling. Senza Ho’oponopono.
“Ho sbagliato.”
“Scusa.”
Fine.
È lì che cresci.
È lì che costruisci rispetto.
Verso gli altri.
Verso te stesso.
E il resto?
Le scuse inutili.
Lasciale lì.
Se sei arrivato fin qui senza chiedere scusa a nessuno, è già un piccolo segnale che qualcosa stai capendo. O forse stai solo evitando una conversazione scomoda: in entrambi i casi, coerente.
Se questa newsletter ti ha fatto venire voglia di rivedere come gestisci errori, relazioni e orgoglio, allora ha fatto il suo lavoro. E per continuare su questa linea, qualche consiglio utile (e leggero).
Un classico che sembra leggero ma dentro ci nasconde più lezioni di quante ne ammettiamo è Mary Poppins. Sì, proprio quello. Dietro la superficie “supercalifragilistichespiralidoso”, c’è molto più equilibrio, responsabilità e crescita personale di quanto si ricordi.
Se vuoi restare sul tema crescita e consapevolezza, vale la pena dare uno sguardo a The Gifts of Imperfection, che lavora proprio sull’accettazione delle proprie imperfezioni senza trasformarle in scuse continue. In alternativa, Atomic Habits è utile per capire come piccoli comportamenti quotidiani (anche dire “scusa” nel momento giusto) costruiscono cambiamenti più grandi nel tempo.
Chiudo come si deve, senza troppi giri di parole: buona Pasqua.
Che sia un’occasione per resettare quello che serve, lasciar andare qualche rigidità inutile e, ogni tanto, fare spazio a una parola semplice che vale più di mille spiegazioni.
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