Lo sceriffo e il padre di famiglia
Immagina di iniziare un nuovo incarico con responsabilità di persone in un ambiente che non conosci bene. Forse hai già lavorato lì in una posizione più junior, oppure sei un esterno chiamato a mettere ordine. Qualunque sia la situazione, vuoi dimostrare subito il tuo valore. E così entri con il piglio deciso del rullo compressore: il nuovo sceriffo in città.
Le frasi che usi al primo briefing a cui hai preteso siano tutti presenti sono di impatto: "Da oggi si fa così."; "Faremo grandi cose."; "Questo richiederà l’impegno di tutti." Etc etc.
Ti senti motivato, carico a pallettoni, e vuoi trasmettere energia, ma c’è un problema: parli senza aver ascoltato. Non chiedi consiglio a chi lavora lì da anni, anzi, praticamente gli passi sopra, non ti confronti con chi ti ha preceduto, forse perché dentro di te pensi che tutto quello che è stato fatto prima fosse sbagliato.
Ecco che scatta la reattanza. (Reattanza, non resilienza, per quella ci sono già fiumi di post, tatuaggi e fregnacce varie)
Cos’è la reattanza?
La reattanza è una risposta psicologica alla percezione di una minaccia alla propria autonomia. In fisica, se provi a comprimere una molla, questa reagisce con una forza uguale e contraria. Lo stesso accade nelle persone: più ti imponi senza ascoltare, più incontrerai resistenza. I tuoi dipendenti inizieranno a criticarti, magari faranno ostruzionismo in silenzio, magari sottovoce davanti alla macchinetta del caffè. Qualcuno seguirà le tue direttive con sufficienza, altri si chiuderanno nel classico “abbiamo sempre fatto così”, boicottando ogni tentativo di cambiamento.
La tua leadership rischia di fallire prima ancora di partire.
L’approccio opposto allo sceriffo forse è anche peggio: il padre di famiglia
Se lo sceriffo impone, il padre di famiglia fa l’opposto: accoglie, ascolta, protegge. Entra in punta di piedi, vuole che tutti si sentano sicuri e tutelati. Ogni decisione è frutto di lunghe discussioni perché devono essere tutti d’accordo, ogni cambiamento viene ponderato, limato, digerito. Il problema? Così facendo, il lavoro si blocca. I dipendenti si abituano a un ambiente confortevole, privo di sfide. Le performance calano perché manca la spinta al miglioramento. Il padre di famiglia al lavoro tira su bimbi viziati.
Il risultato è che il gruppo si sente coccolato, ma non cresce.
La giusta via di mezzo
Un leader efficace sa trovare l’equilibrio tra questi due estremi. Entra con rispetto, ascolta, capisce il contesto. Non si affretta a demolire il passato, ma ne prende il meglio per costruire il futuro. Mostra determinazione senza arroganza, guadagnandosi il diritto di guidare prima ancora di imporsi.
Vuoi migliorare un sistema? Prima capisci perché esiste e perché fino a quel momento alcune cose sono state fatte in un certo modo. Capendo queste dinamiche sarai anche in grado di migliorarle in modo efficace e non solo con lo scopo di lasciare il tuo segno. Vuoi cambiare una routine? Chiedi a chi la vive ogni giorno. Vuoi essere seguito? Dimostra di avere una direzione chiara e il coraggio di ascoltare.
Il vero leader non è né sceriffo né padre di famiglia. È qualcuno che sa bilanciare autorità e comprensione, visione e realtà. Ed è così che porta il suo team a fare grandi cose, senza bisogno di proclamarlo.
Per approfondire questo tema ti suggeriamo due letture. Una semplice che usa il tono del romanzo per arrivare al dunque (Il leader che non aveva titoli). L’altra è un must della leadership. A volte un po’ ripetitivo, ragione in più per leggerlo una volta e bene (Sun Tzu).
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